-1-
Afarne era un’isola piccola, dalla forma irregolare ed aspra, la cui vegetazione era battuta dal vento e coriacea ma a modo suo rigogliosa. Nell’unico villaggio si riunivano poco più di un centinaio di persone e ogni famiglia era in qualche modo legata alle altre. Molti vivevano di pesca, alcuni altri si occupavano della terra e dei pochi animali, perlopiù pecore ossute; la vita era dura, poiché la terra era avara di frutti e il mare insidioso, ma la pace regnava sull’isola e ognuno lavorava con gioia. Al centro del piccolo villaggio si trovava la Halle, una capanna larga e bassa con un unico locale riscaldato da un ampio focolare centrale, come quelle dei tempi antichi ma, invece che dei valorosi guerrieri, ivi si riunivano le donne del paese e insieme lavoravano nei lunghi inverni, e i bambini venivano per sentire le storie dei grandi mostri marini e dei maghi e degli eroi, o si ritrovavano a riposare dopo i fugaci ma intensi giorni estivi. Il tempo scorreva lento e regolare, e di padre in figlio, di madre in figlia, le favole e i racconti di vita discendevano lungo le fila del tempo come gocce di rugiada.
Poi tutto cambiò.
Un anno l’inverno arrivò tanto presto che la carestia fu una delle peggiori mai viste. I venti non davano tregua alla terra gelata, e l’ultimo raccolto fu rovinato, mentre il mare sembrava incollerito e per molto tempo fu impossibile uscire in barca. Le poche provviste che avevano fatto in tempo a mettere da parte non tardarono a scarseggiare, e ben presto il villaggio sprofondò nello sconforto e nella fame. L’inverno sembrava non aver fine, e alcuni tra i più deboli non rividero mai più la bella stagione. Si era oramai in maggio ma ancora non vi era nessun segno del ritorno della primavera. Il villaggio era allo stremo. Fu allora che Holdwrath, una delle anziane del paese, ebbe un sogno. I giorni si susseguivano tutti ugualmente grigi e gelati, e ognuno toglieva un po’ di vita e un po’ di speranza. Fu con sollievo quindi che la popolazione si recò alla Halle, sperando di trovare un diversivo che li distogliesse dai morsi della fame e dalla preoccupazione. Vennero presto disillusi: il sogno che li aveva chiamati a raccolta non portava nulla di buono. Così parlò Holdwrath, figlia di Holdward:
“Era la terza ora del mattino, in cui tutto tace e solo il vento alza la sua voce, e la luna nasconde il suo volto e ogni essere riposa. Mi sembrava di essere sulla spiaggia, accanto alla Bocca. D’improvviso si levava un fragore come quello del mare in tempesta, e un’onda spaventosa fuoriusciva dalla Bocca. Nonostante il terrore mi facesse stridere i denti non potei fuggire, ché qualcosa di superiore alla mia volontà me lo impediva. Ed ecco che dalla Bocca usciva un’idra con tre teste, una di serpente, una di albatro e una di pesce. E la bestia mi parlò, le tre teste all’unisono, con voce orribile, come il vento che fischia sugli scogli, e mi disse che era in collera con tutti noi perché lo avevamo dimenticato. Lui, lo saprete, è Falgrä, il Padre di questa nostra isola. È lui che riempie le nostre reti, è lui che ci manda i venti benigni, è lui che fa fiorire i nostri orti. I nostri più saggi padri se ne ricordavano e lo ringraziavano per mezzo di sacrifici alla Bocca, che ancor oggi consideriamo un luogo sacro e misterioso. Da troppi anni però tutto questo è stato dimenticato, e il Padre ne è molto adirato. Per questo ci ha puniti con questo inverno crudele. La testa di pesce mi parlò e mi disse che Falgrä non è un Padre rancoroso e che ci avrebbe dato una possibilità. Allora parlò la testa di albatro dicendo che se avessimo riempito la sua richiesta egli avrebbe scordato la nostra ingratitudine ed avrebbe riportato il sole ed il calore. Infine parlò il serpente chiedendo che alla nuova luna una fanciulla di vent’anni fosse portata alla Bocca per divenire serva del Padre dell’Isola. Poi le tre bocche unite di nuovo in quel grido straziante dissero che ogni anno alla prima luna nuova di primavera una giovane di vent’anni sarebbe stata portata alla Bocca, in modo che l’isolani non si scordassero mai più di Falgrä e dei suoi doni. La bestia mi ha comandato di dirvi tutto questo, poi è sparita nell’onda spaventosa che l’aveva portata, ritornando nella grotta. E tutto sembrava aver avuto luogo nello spazio di un batter di ciglia. Io allora, scossa per tutto il corpo da un tremore irrefrenabile mi ritrovai all’improvviso nel mio giaciglio. Eccovi esposta l’intera storia.” La vecchia si sedette, e con volto severo osservò l’assemblea.
Il silenzio che ne seguì fu più terribile di qualsiasi uragano, poiché anche i neonati tacevano, e il vento, per la prima volta da mesi, con loro.
Poi, come il crollo di un edificio, un rumore assordante si levò dall’assemblea. Tutti cominciarono a parlare nello stesso istante, gridando e lamentandosi, chi piangendo, chi con risate denigratorie, chi col terrore nella voce. La discussione durò fino a sera, e poi ancora sino al mattino seguente. Per ultimo prese parola Grostan figlio di Greva, ed egli era il capovillaggio e parlò con autorità.
“Holdwrath è un’anziana, tutti noi la stimiamo per la sua saggezza e conoscenza, e quel che ha detto mi pare giusto. Tutti noi conosciamo Falgrä, poiché ci viene insegnato sin da bambini che fu egli a formare questa nostra isola schiacciando il mare a tal punto da renderlo solido. In seguito egli prese l’Om-Fisk, il re dei pesci, e formò Afar, il primo uomo, dal quale l’isola prende nome. Inoltre, come Holdwrath ci ha ricordato, sappiamo che la Bocca è una grotta sacra e che nessun umano può entrarvi senza perire. Quest’inverno maledetto non può essere che opera di un dio, quale punizione per la nostra ingratitudine. Anche se il sacrificio di una fanciulla può sembrarci una cosa orribile dobbiamo pensare che ella ne sarà ricompensata e che con questo gesto salverà la vita a tutti noi. Guardate i vostri bambini, gli occhi che paiono grandi come pugni nei loro visi scavati, guardate come anche i più vivaci oramai non si spostano più dai vostri piedi senza nemmeno la forza di giocare. Guardate i vostri genitori, con le braccia scheletrite, guardate le loro mani forti che hanno lavorato per una vita intera non avere nemmeno la forza di accarezzarvi il capo. Guardate le vostre mogli, la loro bellezza svanita dietro il pallore di morte, e la loro gaiezza dimenticata da tempo. Guardate i vostri campi gelati, le vostre pecore ridotte a cumuli di ossa lanuginose, e le vostre barche rovinate. Guardate infine le tombe dei vostri cari, di persone che avrebbero potuto essere ancora qui tra noi. Guardate, fratelli, e decidete.”
Se a convincerli fu la disperazione o il discorso di Grostan non si potrebbe dire, fattostà che infine si decise che Lihta, la figlia stessa di Grostan, fosse portata alla grotta alla luna nuova. Si era tirato a sorte tra le tre ragazze che avevano compiuto vent’anni quell’anno e Lihta era stata scelta. Sebbene con la morte nel cuore il padre aveva accettato, poiché era un bravo capovillaggio e sapeva di non potersi tirare indietro.
La settimana seguente, il giorno delle luna nuova, tutti coloro avevano ancora abbastanza forza si recarono alla Bocca, sotto i pallidi raggi di un sole che ricompariva dopo mesi. Molti lo presero come un buon segno e si rallegrarono, tuttavia la processione era una ben misera vista. Verso il crepuscolo la vecchia Holdwrath prese per mano Lihta, che era tutta vestita di bianco, azzurro e marrone, in onore di Falgrä, e si accostò alla pesante porta di legno massiccio che da secoli chiudeva l’angusto passaggio alla Bocca. Tutti trattennero il respiro, poiché era da tempo immemore che la porta non veniva varcata da piede umano. Poi le due donne entrarono senza voltarsi. Il villaggio attendeva in silenzio, l’unico rumore era quello delle onde e il sommesso singhiozzare dell’infelice madre, che non aveva più potuto contenersi nel vedere la sua creatura inghiottita da quelle fauci terrigne. L’attesa fu vana. Nulla accadde. Per giorni e giorni una sentinella a turno vegliò l’imboccatura della grotta sacra, ma nessun cambiamento sopraggiunse. Soltanto il tempo sembrava finalmente cambiare. Il sole era ricomparso e lentamente la terra aveva cominciato a sgelarsi. Alla prima marea utile gli uomini più forti erano usciti in barca e avevano riportato un’abbondante pesca di cui il villaggio aveva fatto banchetto. La speranza e il colore tornavano a illuminare i poveri volti. Le due donne non furono più viste e il villaggio rifiorì.
L’anno seguente vi fu un aspra discussione in merito al sacrificio. Infine la paura l’ebbe vinta, ché il ricordo delle sofferenze patite era ancora vivido nella mente, e un’altra sventurata fu portata alla Bocca, ove entrò sola e mai più uscì. Da allora, per quarantadue anni, ogni anno, alla prima nuova luna di primavera, una giovinetta veniva portata alla grotta e ivi spariva. Il villaggio tornò a prosperare, ma un’ombra non lo lasciava mai. Ogni volta che nasceva una bambina i genitori erano divisi tra la gioia e l’angoscia, poiché sapevano che avrebbe potuto essere la prescelta per il sacrificio, e non si davano pace per venti lunghi anni. Quegli anni poi in cui solo una bambina nasceva i genitori si sentivano condannati. Quelle bambine venivano chiamate le “sempregiovani” perché non avrebbero mai visto la vecchiaia. Il villaggio era piccolo, e la perdita delle fanciulle non era indifferente, ogni anno vi erano meno abitanti e meno bambini, cosicché le ragazze cominciarono a sposarsi in giovane età e ad avere bambini che ancora non avevano vent’anni, per timore di essere prescelte e non aver tempo di avere eredi. I matrimoni erano sempre accompagnati ad un timore angosciante, così come le nascite, e il villaggio non mancava di madri, padri, fratelli e mariti distrutti dal dolore. Ma soprattutto cominciarono ad esserci diversi bambini che dovettero crescere senza una madre, venivano così cresciuti da tutte le donne, e venivano chiamati “i figli del villaggio”. Da quell’inverno terribile passarono quarantatre anni, fino al giorno di cui narreremo.
-2-
Vi era a quel tempo una fanciulla di nome Wotallä, che aveva una sorella maggiore di lei di un solo anno, e che amava molto. Quell’anno solo due fanciulle compivano le venti primavere: sua sorella Tavassa e Villun, l’unica figlia di una vedova. Il cuore di Wotallä sprofondava sempre più nel dolore man mano che i primi fiori primaverili bucavano il terreno ghiacciato. Tremava al solo pensiero di perdere la sorella, ma anche l’idea di lasciare la povera vedova, madre di Villun, senza un essere caro al mondo l’addolorava. Ma quel che la preoccupava di più era la consapevolezza di essere una sempregiovane, e che, se la sorella fosse stata scelta, in capo a un anno i suoi genitori, che già incanutivano, non avrebbero più avuto nessuno su cui contare. Un mese prima dell’odiosa data, poi, Tavassa, che era sposata già da due anni, si rese conto di essere incinta. Sua madre si disperò, e in cuor suo si ripromise che se Villun fosse stata scelta avrebbe preso con sé sua madre per ringraziare gli dei che avevano risparmiato sua figlia e il nascituro. Mentre la sorella piangeva amaramente, Wotallä era tanto adirata e turbata che uscì nella nebbia e prese a calci tutto quello che le capitò davanti. Poi le venne un’idea. Pensò a lungo e alla fine prese una decisione.
La maledetta luna arrivò infine. Come ogni anno il villaggio si svegliò in un innaturale silenzio angosciato. Le due ragazze vennero accompagnate alla Halle da tutte le donne del villaggio, dove vennero vestite con abiti bianchi, azzurri e marroni. Le vecchie cantavano un antica canzone che parlava dell’isola e di come Falgrä l’aveva fatta sorgere dal mare, perché il silenzio era troppo terribile da sopportare. Poi la mesta processione discese fino alla spiaggia e ivi sostò. Villun e Tavassa si tolsero le collanine che avevano ricevuto alla nascita e ne sfilarono la pietruzza bianca che il padre aveva cercato per loro. Su ognuna, come del costume dell’isola, vi era impressa la runa che significava il loro nome. Le due pietruzze, che sono chiamate “naam” (che significa al contempo “nome” e “anima”) furono messe in una coppa di stagno. Il decano del villaggio ne avrebbe estratta una, e la scelta sarebbe stata compiuta. Il naam della sacrificata sarebbe stato aggiunto alla collana in cui erano legati quelli di tutte le altre sventurate, e che pendeva lugubre dal lato nord della Halle. Il decano sollevò la pietra, che teneva stretta tra due dita. Il simbolo del gabbiano si distinse chiaro. Tavassa era la prescelta. Nessuno disse nulla. Molti abbassarono gli occhi, i genitori di Tavassa si strinsero più forte, e il marito di lei Sallkas si volse verso il mare. Persino la madre di Villun, sebbene il suo cuore fosse tanto leggero da scoppiare, non accennò nemmeno un sorriso. L’intera processione si spostò verso la Bocca, e Tavassa, pallida e a labbra strette, ristette davanti alla porta per un istante. In quella Wotallä corse fuori dal gruppo, si avventò sulla pesante porta, con uno strattone deciso l’aprì e, prima che qualcuno potesse reagire, balzò nella Bocca, che si richiuse alle sue spalle con un boato sinistro.
Wotallä, addossata alla grande porta, stava nel buio umido della Bocca, e le pareva che sarebbe soffocata da tanto il cuore le batteva forte in petto. Attendeva che accadesse qualcosa. E infatti comparve una luce che, per quanto fioca fosse, l’abbagliò nell’oscurità. Poi udì una voce:
“Eccone un’altra.”
Era una voce ben diversa da come ella s’aspettava sarebbe stata quella di un dio. Era una voce vecchia, rauca, e femminile.
“Vieni.” le intimò la voce, e a Wotallä parve non avesse nulla di ultraterreno, e fosse quasi stanca. Col cuore in gola e senza una parola seguì la luce, inciampando in sassi e radici. Dopo qualche minuto di siffatto cammino si cominciò ad intravedere una luce più decisa e a Wotallä parve di star seguendo una vecchia. Finalmente la vecchia, ed era proprio una normale rugosa vecchia, si fermò in una stanza pentagonale con il pavimento di sassi e illuminata da torce.
“Aspetta qui, ti manderò Duma” disse quella e fece per sparire in una delle molteplici porte che si aprivano sulla stanza. Ma Wotallä non era punto sciocca, e aveva cominciato a porsi tante domande da farle girare la testa. Non era neanche codarda, così parlò:
“Magar perdonatemi, ma dove mi trovo? E che sta succedendo? Chi siete voi?”
Con fare spazientito la vecchia si voltò come per ribattere, e Wotallä vide che aveva piccoli occhi d’un grigio acquoso. La vecchia impietrì.
“Quello è il tuo naam? Perché l’hai con te?” sbottò indicandole il collo con le dita nodose.
“Si lo è. Questa è la runa della radice, e io sono Wotallä.” rispose la ragazza toccandosi la collanina.
“Questo lo so” si spazientì la vecchia “ma perché ce l’hai tu e non quei disgraziati dei tuoi compaesani?”
“ Perché la prescelta non sono io” concluse semplicemente Wotallä. La vecchia strinse gli occhi e la guardò intensamente.
“Stai dicendomi che tu non sei la prescelta?” domandò allungando il collo.
“È esattamente quello che ho detto” ribadì Wotallä. La donna ristette fece un gesto di sorpresa, poi prese la ragazza per un braccio e la trascinò oltre una porta color amaranto. La stanza era immersa nella penombra, illuminata com’era solo da un piccolo fuoco che illanguidiva in un caminetto di pietra. Le pareti sembravano essere tappezzate di libri fino al cielo. La vecchia frugò tra delle carte sparse su un vecchio tavolo massiccio.
“Siediti” disse poi indicando delle pelli stese davanti al camino. Lei stessa trascinò una pesante poltrona fino al focolare e vi si sedette in silenzio. Wotallä, con le gambe che ancora tremavano un poco si sedette, e aspettò che la vecchia parlasse.
“Raccontami la tua storia” disse infine quella con gentilezza.
Wotallä raccontò di sua sorella Tavassa, e del bambino che ella portava in grembo, e del fatto di essere una sempregiovane. Le raccontò dei suoi genitori che invecchiavano e della sua decisione di prendere il posto della sorella e vedere che accadeva.
“Ho solo anticipato di un anno la mia sorte” concluse facendo spallucce.
“Ma non hai pensato alle conseguenze? Falgrä avrebbe potuto adirarsi e gettare una maledizione al tuo popolo” insinuò la donna. La ragazza tacque per un momento, e poi con gli occhi bassi disse a mezza voce:
“Magar, ho sempre dubitato della leggenda della Bocca. E l’ho sempre odiata, perché ha portato molta sofferenza al popolo. Quando ho deciso di entrare qui in qualche modo speravo anche di rompere la catena di follia, poiché l’anno venturo non ci sarà nessuna fanciulla che compirà vent’anni. Cosa accadrà non lo so, ma spero che sia buono.” Poi alzò gli occhi e li fissò in quelli della donna, che sedeva nella penombra.
“Esiste Falgrä, Magar? Che cosa è qui? Chi siete?” La vecchia sospirò e con un sorriso amaro rispose:
“No, Falgrä non esiste. (sospiro) Non qui, almeno. (e poi con rabbia, a voce alta e gesticolando) Esiste solo nei cervelli rinsecchiti dei tuoi compaesani, nella loro ignoranza e nel loro timore. Ed esiste solo a causa dell’odio.” La vecchia si accasciò sullo schienale e si strinse il viso tra le mani. Wotallä tacque, nonostante avesse in capo un turbine simile a quello del vento in inverno, quando le barche non possono uscire perché il mare urla. Poi la vecchia sembrò calmarsi e abbozzò un sorriso:
“Scusami, figlia, non mi sono presentata. Il mio nome è Lihta, la Luce,” disse mostrando il suo naam, che era tanto bianco che pareva brillasse nella penombra. Poi con un gesto circolare indicò la stanza e tutto il sistema di grotte che si apriva al di la della porta amaranto. “ e questa, questa è la Grotta delle Madri.” Il vortice nella testa di Wotallä si fece tanto grande da non poter più essere nascosto.
“C’è una sola cosa da fare, ora,” riprese la donna sorridendo dello stupore di Wotallä. “ed è farsi un bel tè caldo.” Senza por tempo in mezzo Lihta si levò sbuffando in piedi e prese a trafficare con pentolacce e certe foglie secche che teneva appese alla cornice del camino. Wotallä, che in un altro momento si sarebbe alzata ad aiutare la Magar (che nel dialetto dell’isola era un modo rispettoso di rivolgersi alle anziane), invece rimase immobile accarezzando distrattamente le pelli sulle quali sedeva.
“Ma se Falgrä non esiste perché ancora si fa il Sacrificio? E dove sono finite tutte le prescelte? Chi costruì questo posto? E ancora, chi siete voi? Ora so che siete Magar Lihta, ma questo non mi dice perché siete qui. Tra la nostra gente si usa dire da che famiglia si proviene, ma anche questo non basta. Voglio capire perché questa roccia abbia mangiato per tanto tempo la vita del villaggio”
“Tu sei una ragazza curiosa” borbottò Lihta, “e io sono una vecchia. Non riuscirò a rispondere a tutte le tue domande se prima non mi bevo una buona tazza di tè. Quindi la prima cosa che ti farò capire è la pazienza” concluse, e per un bel pezzo nella grotta si udì solo il borbottio dell’acqua sul fuoco. Wotallä non insisté e cercò di cavare un senso dalla situazione, fissando le lingue di fuoco che languivano neghittosamente il fondo della pentola. Finalmente il tè fu pronto e mentre ne beveva lentamente un sorso a Wotallä venne in mente una cosa.
“Magar, voi siete la Lihta figlia di Grostan che fu la prima prescelta?” la vecchia annuì col capo senza smettere di sorseggiare il tè. Poi, inghiottendo la bevanda bollente, cominciò a raccontare:
“Prima che tu ricominci a fare domande è meglio che ti racconti tutto io. Si, sono Lihta la prima prescelta, figlia di Grostan, colui che portò un grande fardello. Mi ricordo l’Anno di Ferro. Il mare urlava tutto il giorno e tutta la notte, e il vento rosicchiò le case. La terra era dura come roccia, e si dovette tenere le bestie in casa, per evitare che perissero. Passarono diversi mesi e la situazione non cambiava. La disperazione cominciò ad impossessarsi degli abitanti di Afarne come uno spirito maligno si insinua in un uomo e lo divora dall’interno. Uscire di casa era un impresa che non portava a nulla, ogni arbusto, filo d’erba, radice dell’isola era stato raccolto e mangiato, e il vento implacabile beveva la vita di chi si avventurava all’aperto. Lunghi mesi passammo così, rinchiusi nelle nostre case a guardare la morte negli occhi, nel silenzio. Alcuni morirono, altri impazzirono. Fu allora, quando da un pezzo la primavera avrebbe dovuto allentare la morsa del gelo che invece perdurava come in un incantesimo, che la vecchia Holdwrath vide l’occasione di vendetta che andava cercando da anni. Si racconta che Holdwrath avesse avuto una figlia bellissima, come lo sono sempre nella memoria le fanciulle perdute, e che gli era mancata ancora in giovane età. Pare che ella, per amore di uno straniero, si era avventurata in mare all’approssimarsi di una tempesta, e che la madre se ne fosse accorta solo quando la fragile imbarcazione su cui remava la ragazza, folle, era ormai lontana. L’intero villaggio accorse alle grida di Holdwrath, che la richiamava indietro disperandosi, ma videro che la piccola barca già lottava nel vento crescente della burrasca. La madre infelice implorò che si andasse al soccorso della figlia ma chi conosceva il mare sapeva che la meschina era perduta, e nessuno accettò di rischiare la propria vita in un’impresa disperata. La ragazza non fu mai più rivista e in cuor suo Holdwrath incolpò la codardia e la crudeltà dei suoi compaesani, e li odiò. Attese per anni il momento adatto per la sua vendetta, e in quell’anno di dolore volle aggiunger sofferenza a sofferenza. Desiderava infliggere a chi le aveva negato l’aiuto la sua medesima pena; osservare la fine di un figlio impotentemente. E fu così dalla sua follia, e non da quella di un dio, che nacque il sogno maledetto. Con astuzia ella aveva intessuto la trama di inganni che le avrebbe permesso di gustare la tanto attesa vendetta. Sapeva che lo stato di prostrazione degli isolani li avrebbe resi vulnerabili alla sua manipolazione, così ideò il sogno affinché li terrorizzasse e al contempo desse loro speranza di un avvenire in cui nessuno credeva più. Una volta nella Bocca con una giovane l’avrebbe uccisa raccontando poi che Falgrä stesso l’aveva presa con se. Sapeva che nessuno sarebbe entrato nella Bocca, perché considerata una grotta sacra, e che il suo inganno non sarebbe stato svelato se non molto tempo dopo. Quanto a lei, non temeva affatto un dio in cui non credeva. Una sola cosa la muoveva: il desiderio di vendetta. E così sarebbe di certo andata se non fosse stato per Deagan.”
Wotallä che era stata ad ascoltare in silenzio fino ad allora si agitò sulle pelli, ma prima che potesse aprir bocca Lihta la prevenne:
“No, no, non ricominciare a far domande. Ti spiegherò tutto, ma devi far uso della pazienza che hai appreso a conoscere poco fa” e per darne dimostrazione bevve con deliberata lentezza una lunga sorsata di tè.
“Sai cos’è questa grotta?” chiese quindi la vecchia quasi volesse cambiar discorso e prolungare la sua lezione di pazienza. Ma non aspettò una risposta e proseguì:
“Proprio qui, qualche porta più in là rispetto a questa stanza, c’è qualcosa dall’importanza capitale per me, per te, e per l’intera Afarne” Lihta tacque per un istante, poi, dopo aver preso un gran respiro quasi dovesse nuotare per miglia nelle profondità del mare, continuò tutto d’un fiato:
“Nella grotta del Punto, così era chiamata, vi è il Nucleo, il cuore stesso dell’isola. Da questo prende vita ed energia ogni cosa sull’isola, da questo sono regolati i flussi di vita e morte, sempre da questo viene un’immensa forza. Non è necessario spiegarti quanto tale forza possa essere dannosa se utilizzata dalle persone sbagliate. Sei giovane ma hai dimostrato di non essere stupida. Sin da tempi che oramai non possiamo più ricordare persone sagge conoscono e curano il Nucleo. A questo scopo vi è sempre stato, e sempre vi sarà, un guardiano, e al momento tale guardiano sono io. Siccome il potere del Nucleo è indispensabile alla vita e pericolosissimo esso è mantenuto segreto. Fino a una cinquantina d’anni fa, pressappoco, il Guardiano viveva nel villaggio, con tutti gli altri, e si recava alla Bocca solo per i riti necessari in segreto alcune volte all’anno. Poi, quando cominciava a sentire le dita dell’inverno nelle ossa metteva a parte un successore, che aveva attentamente scelto tra i giovani del villaggio, e così il segreto si perpetrava. Questo finché la vecchia Holdwrath non cercò vendetta. Era guardiano del Nucleo in quegli anni Deagan, il nascosto, e quand’egli udì che Holdwrath mi avrebbe portata alla Bocca si spaventò, e si recò li prima di tutti, quella mattina maledetta. Quando la vecchia ed io entrammo egli spruzzò su di noi un liquido che ci fece addormentare immediatamente. Oramai eravamo nella grotta sacra, il segreto era in pericolo: per proteggerlo non avremmo più dovuto uscirne. E così incominciò la follia. Devi sapere che il Nucleo ha per difesa la capacità di affascinare e ipnotizzare chi si avvicini a lui: solo una forte volontà e una piena consapevolezza possono contrastare il suo effetto obnubilante. Chi si trova sotto il suo influsso vive, dorme, mangia, come in un sogno senza avere nozione di passato e futuro e senza porsi domande. Fu dunque per proteggerlo che la vecchia Holdwrath venne portata al Nucleo, e lì visse ancora qualche anno senza coscienza dell’accaduto, in uno stato di estasi passiva. Io invece divenni la nuova guardiana, perché il fato volle che fossi già predestinata a tale compito. Ma lasciare la grotta oramai era escluso. Come avrei giustificato la sparizione di Holdwrath e il suo sogno? Come avrei evitato che una folla di curiosi irrompesse nella Bocca? Forse fu un errore avere paura allora, forse fu un errore sperare che l’incidente si sarebbe chiuso lì regalando un’aura di sano terrore alla Bocca. Ma Deagan era vecchio e forse non seppe vedere molto lontano. Ed io ero giovane, e disgustata dalla vita. Alcuni mesi prima di divenire guardiana il ragazzo che amavo si era sposato, con un’altra. Allora credevo che ne sarei per forza morta, che il mondo avesse perduto i suoi colori come se un inverno perenne si fosse posato sulla terra e sul mio cuore. E così accettai, e fui relegata qui.” La vecchia fece una pausa sospirando e col viso rannuvolato terminò:
“Ma purtroppo ci sbagliavamo. L’anno seguente, alla prima luna di primavera, una disgraziata entrò nella Bocca per non più uscirne. Feci con lei come avevamo fatto con Holdwrath, e da allora, anno dopo anno, la grotta del Punto si è riempita di sventurate. L’ho chiamata così “la grotta delle Madri” perché molte di loro lasciano un figlio. E questa è la triste storia di Lihta, la luce, che vive nell’oscurità, e delle 42 madri senza figli”
Wotallä, sopraffatta, tacque a lungo, e così fece la vecchia, che non aveva mai parlato tanto in vita sua. Dopo molto tempo finalmente la ragazza domandò, la voce appena udibile:
“Magar, avete nominato qualcuno, quando siamo arrivate. C’è qualcuno oltre a voi qui?” La vecchia sorrise:
“Si, figlia, ti ho parlato di Duma” Wotallä non poté trattenere un gesto di sorpresa.
“Si, Duma lo scemo del villaggio” ridacchiò la vecchia in risposta “egli è il mio collegamento con l’esterno. Viene qui di tanto in tanto per raccontarmi che succede là fuori, e mi porta alcune cose che qui non abbiamo, come il pesce. È un ragazzo sveglio. Parla poco, ma quando lo fa ne vale la pena. Ma al villaggio nessuno lo sta mai a sentire, pensano farnetichi di sue invenzioni, e ne sa più di loro allocchi tutti messi insieme.” L’anziana parve ritrovare il buon umore, così Wotallä accennò timidamente il desiderio di vedere la grotta delle Madri.
“Sai cosa vorrebbe dire, questo?” chiese la vecchia di nuovo serissima. La ragazza tacque, ma si alzò in piedi. Lihta sospirò e levando le mani al celo in segno di impotenza si alzò a sua volta.
“E va bene” borbottò “te la sei cercata” concluse, e si incamminò senza voltarsi e senza controllare di essere seguita. Arrivata alla porta, che portava incisa una runa che Wotallä non conosceva, senza tante cerimonie la vecchia l’aprì e si scostò per farla entrare.
Quello che vide supera ogni descrizione. Una sorta di sole in miniatura riluceva nel mezzo di una vasta caverna che appariva come una piccola valle nelle viscere della terra. Un piccolo fiume, qualche albero e diversi campi curati. Donne di ogni età potevano essere osservate in ogni dove intente a curare un piccolo gregge, raccogliere dei frutti, trasportare acqua. Alcune semplicemente sedevano qua e la, tutte con la medesima espressione di placida noncuranza. Appena entrata Wotallä si sentì improvvisamente felice. Pensò che la cosa più bella del mondo sarebbe stata sdraiarsi sotto uno di quegli alberi e osservare la strana scena. E così fece. La vecchia emise un lamento strozzato e se ne andò chiudendosi la porta alle spalle.
Qualche ora più tardi, mentre stava riattizzando il fuoco udì un lieve bussare, e si riconfortò all’idea di un po’ di compagnia. Duma sapeva ascoltare, si disse. Ma la figura esile che entrò al suo invito non era il buon Duma. Era Wotallä.
“Come hai fatto ad uscire?” chiese la vecchia senza poter contenere l’emozione.
“Non era chiusa, la porta” rispose la ragazza, presa in contropiede.
“Questo lo so,” si innervosì Lihta “quello che voglio sapere è come hai fatto a contrastare il potere ipnotico del Nucleo”.
“Non ne ho idea” rispose Wotallä stringendosi nelle spalle.
La vecchia, con ancora in mano l’attizzatoio, si sedette di peso sulla poltrona che era rimasta dinanzi al focolare, e prese un’aria di smarrimento tale che la fece sembrare molto più giovane. Poi scrollandosi balbettò:
“Ma allora…”
“Penso di sì”, la prevenne Wotallä. Lihta le lanciò un’occhiata indecifrabile e sbottò in una risata tanto inattesa quanto rauca.
“Beh, molto bene, si, molto bene” riuscì infine a dire mentre continuava a ridere. Wotallä non poté trattenere un singulto di riso che parve aumentare l’ilarità della vecchia, che a sua volta contagiò la ragazza di modo che finirono per avere insieme una crisi di riso isterico.
“Ecco, bene. Ho fame” Constatò l’anziana asciugandosi gli occhi “Prendi” concluse lanciando una cipolla alla giovane donna. Senza dire più niente le due prepararono della minestra e la mangiarono.
“Magar” disse infine Wotallä “ho un’idea”.
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Quella notte le stelle parevano volersi staccare dal mantello di Kareya, la Dama della Notte, e discendere tutte sulla terra. Così pensava Sighurst mentre faceva cerchi di fumo nell’aria notturna, seduto davanti alla sua capanna, al limitare del villaggio. E a tutta prima credette che davvero le stelle fossero scese su Afarne quando intravide in lontananza le prime luci di una singolare processione. Quando s’avvide che si trattava di una moltitudine di torce, con ogni buona ragione portate da altrettanto numerose persone, si spaventò grandemente, e non si può dargli torto. Che altro si può aspettare se non disgrazia o sciagura, su un isola modesta come quella di Afarne, quando nel mezzo della notte una folla si presenta ispiegabilmente? Senza perdere tempo, Sighurst radunò l’intero villaggio per far fronte all’ignoto pericolo. Furono ben bizzarri i due piccoli eserciti che si fronteggiarono quella notte. Da un lato pescatori e allevatori armati solo di coltelli e coraggio e dall’altra una muta schiera di donne, ragazze, vecchie. La luce delle torce illuminò visi che si credevano da tempo perduti. Ci furono i primi riconoscimenti: chi stentava a credere di ritrovar la sorella, chi era certa di veder un padre, chi non osava credere di poter riabbracciare una figlia. Tutto si trasformò in un gran trambusto, e la notte si riempì di richiami, di voci e risate, e di pianti. Ma molti rimasero sospettosi, e alcuni persino ostili. Tra questi vi era Ierth, figlio di Ierdlan il capovillaggio, che sentiva su di sé la responsabilità di molte vite, e voleva veder chiaro in una faccenda che appariva incomprensibile. Con voce autorevole riuscì a moderare il trambusto e a domandare alle nuove venute una spiegazione. Si fece avanti Wotallä, che parlò così:
“Come tutti voi già sapete stamani entrai nella Bocca al posto di mia sorella” un mormorio diffuso indicò che l’avvenimento era ancora vivo nella memoria e che aveva destato anche preoccupazione. “Allor che fui entrata” riprese la ragazza quando il brusio si fu quietato un poco “ vidi molta acqua sgorgare dalla parete della grotta sacra, e da quest’acqua sorse Falgrä, nostro Padre” un brusio ancor maggiore fece seguito a tale dichiarazione, poiché l’apparizione d’un dio suscita sempre una commozione comprensibile negli uditori. “ Egli era in forma di idra con tre teste, una di pesce, una albatro e una di serpente. Com’egli vide che portavo al collo il mio naam mi interrogò in proposito, e io gli dissi che per amore di mia sorella avevo preso il suo posto. Egli, che mi parlava con voce terribile come quella del mare in tempesta, e che fuoriusciva da tutte e tre le teste contemporaneamente, mi chiese per quale ragione avevo preso tale decisione. E io gli raccontai della vita che Tavassa porta in grembo, e del grande dolore dei nostri genitori e di Sallkas, suo sposo. Allora la testa di pesce parlò dicendo che vedeva da questi grandi sacrifici che facevamo prova di fede nei suoi confronti e che l’avevamo ben servito fino a quel momento, mostrando il nostro pentimento per averlo dimenticato. La testa di albatro disse che considerava pagata l’offesa e che avrebbe ridato al villaggio le brave donne che si erano sacrificate. Infine parlò la testa di serpente dicendo che tuttavia l’animo umano è pronto a dimenticare anche colui da cui dipende la propria vita, e che dunque, per avere sempre impresso in noi il ricordo vivo di Falgrä, Padre amorevole e giusto, dovremo, alla prima luna di primavera di ogni anno, sacrificare alla Bocca non più delle ragazze ma delle offerte di cibo che porterò io stessa all’idra divina. Così ha parlato Falgrä. Poi mi sono trovata tra queste donne e insieme siamo venute al villaggio.”
Il racconto non soddisfò tutti da subito, ma l’atmosfera di allegria e commozione che ne seguì contagiò anche i meno convinti. Un grande fuoco fu acceso nel luogo dell’incontro, e si festeggiò finché il mattino non rese nitidi i contorni delle case e delle colline. Fu quella la notte più strana che l’isola avesse mai conosciuto. Vi fu molto riso ma anche molto pianto, poiché se molte ragazze tornarono alle loro famiglie, e trovarono i loro figli poco più che fanciulli, vi fu chi apprese la morte di un caro, o conobbe per la prima volta figli che già portavano la barba, o avevan famiglia loro. E quanto era il tempo perduto! Interrogate, le donne non sapevano rispondere: che ne era stato di loro in quegli anni? Un vago ricordo comune di lavoro nei campi e di attività domestiche convinse tutti che le poverette fossero state servitrici di Falgrä nel regno incantato degli dei, di cui, come è ovvio, non si può mantener conoscenza una volta tornati tra i vivi. E così finirono i giorni di dolore del sacrificio. Le molte donne che non avevano più casa o famiglia vennero accolte nella Halle, che prese il nome di Casa delle Madri, così come una volta vi era stata una Grotta delle Madri. Non si può dire che tutto finì bene, ché molte di quelle infelici aveva perduto la vita e gli affetti, e la sofferenza patita da tutti non si poté cancellare. Lihta non fu trattata diversamente dalle altre, solo rimase molto rispettata per la sua età e perché era stata la prima coraggiosa. Non è difficile immaginare quale fu la gioia di quella cara vecchia quando sentì di nuovo il sole e il vento, e il rumore del mare, e le voci dei fanciulli. Per molti anni aveva temuto di dover morire sola dentro la grotta e di essere l’ultima guardiana del Nucleo. Ma non doveva andar così. Lihta visse ancora qualche tempo nella Halle con le altre donne, e Wotallä fu la nuova guardiana. Svolgeva i suoi compiti in segreto, come sempre si era fatto prima di Lihta, e manteneva vivo il timore e la riverenza attorno alla Bocca, per proteggere il Nucleo, che l’aveva scelta. Se si vuole sapere di più basterà che si domandi a qualche anziano che ancora ricordi i vecchi racconti. Quanto al mio, è terminato.













Comments
e molto ben fatto, potrebbe tranquillamente inserirsi in una qualsiasi raccolta di racconti di un grande autore senza sfigurare, anzi.
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Si voltò verso Libero Parri.
- Non voglio essere scortese, ma che cazzo di senso ha aprire un Garage in mezzo a questa fanga?
- Facciamo grande affidamento sui coglioni che rimangono senza benzina in mezzo ai campi.
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- do we walk in a legend or on the green earth under the sunshine?-
- a man may do both-
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